«Tu lo ami, è così chiaro...»
«Io... cosa?»
«Michael!» esclamò Megan. «Ti ho osservata durante tutta questa settimana e i segnali sono inequivocabili.»
Lizzie arrossì fino alla radice dei capelli. Lei e l’amica si trovavano in piscina. Avevano appena fatto una nuotata e adesso stavano prendendo il sole, stese su due sdraio. Due cocktail alla frutta erano posati su un tavolino fatto con canne di bambù, di fronte a loro, pieni solo per metà. «No, non è vero, sono attratta da lui, questo sì...» spiegò, «ma è puramente una questione fisica, non amore.»
«Andiamo, chi vuoi prendere in giro? Non di certo me. Ci avete dato dentro come ricci in calore, l’hai ammesso tu stessa. E checché tu ne dica, ti conosco e so che non ti saresti mai concessa a lui, se non l’avessi amato davvero. Proprio come la povera deficiente che hai davanti. Ancora vergine, e per quale motivo? In attesa di chi? Del principe azzurro?» Megan fece una smorfia eloquente. «E invece ora mi ritrovo legata a un mafioso che non vede l’ora di infilarsi nelle mie mutande e che non si fa nessuno scrupolo di girare nudo davanti a me. Come se dovesse venirmi l’acquolina in bocca solo perché è abbastanza dotato… sì, d’accordo, è parecchio dotato, ma...»
«Ti piace Brian!» squittì Lizzie portandosi una mano alla bocca, completamente sbalordita. «Oh mio Dio, oh mio Dio…!»
«Che cazzo dici?» replicò Megan, infastidita. «Quella faccia pallida non mi piace per nulla. Non che sia brutto, questo no, ma nessuno, come lui, è capace di farmi uscire fuori dai gangheri: nemmeno tu! Lo detesto, altro che piacermi.»
«Adesso chi è che sta mentendo a se stessa?» insinuò Lizzie indirizzandole un’occhiata penetrante.
«Chiudi il becco, Elizabeth!» la rimbeccò l’amica, e quando usava il suo nome di battesimo era perché si sentiva punta sul vivo. «Io e Faccia di ghiaccio non abbiamo nulla da spartire, insieme, e alla prima occasione me la svignerò e non mi farò più trovare.»
«Ti stanerebbe comunque, come è successo con me. Non ti lascerà mai andare, fidati, e anzi Michael ieri mi ha confidato che Brian vuole che vi sposiate. Il mese prossimo.»
«Quello che vuole quell’uomo non mi interessa. Io non lo sposerò per soddisfare un suo capriccio né mi sottoporrò a nessun giuramento del cazzo. Quando mi sposerò sarà solo per amore, circondata da coloro che amo e sarà mio padre a portarmi all’altare.»
A quelle parole Lizzie assunse un’aria triste.
«Merda, sono una vera idiota, scusami!» corse ai ripari Megan, allungandosi sulla sdraio per posarle una mano sul braccio. «Non sei ancora riuscita a convincerlo a far partecipare anche i tuoi genitori al matrimonio, vero?»
«Non ne vuole sapere, nutre un odio troppo profondo per Rose. Non le perdona di averlo abbandonato, e forse non ha tutti i torti. Ho provato a spiegargli i motivi che l’hanno indotta a farlo, ma ogni volta che ho cercato di affrontare l’argomento, mi ha zittita e se n’è andato via dicendo che aveva degli affari da sbrigare. Però non mi sono ancora arresa. Non appena ritornerà, questa sera, lo costringerò a starmi a sentire. Dopodomani mi sposo e, sebbene non sia il matrimonio che ho sempre sognato, voglio almeno avere i miei genitori accanto» concluse, determinata.
«Spero tanto che ti dia retta, ma fossi in te non mi illuderei troppo, tesoro. Il tuo fidanzato è più testardo di me e te messe insieme, e questo la dice lunga. Mi sa che dovrai accontentarti solo della sottoscritta.»
«Oh, Megan...» proruppe Lizzie sporgendosi per abbracciare l’amica. «So che non dovrei, ma sono talmente grata che tu sia qui, con me, in questo momento, che… che io...» Non ce la fece a continuare e seppellì la faccia nel collo della ragazza, che ricambiò l’abbraccio, altrettanto commossa.
«Lo so e non vorrei essere da nessun’altra parte, nonostante ciò che ti ho detto negli scorsi giorni, credimi. Sono stata una iena, vero?»
Lizzie si lasciò sfuggire una risatina tra le lacrime. «Abbastanza!» ammise.
«Scusami!»
«No, scusami tu!» ribatté, continuando a tenerla stretta.
E così rimasero così, abbracciate, fino a quando Anna non venne ad avvisarle che il pranzo era servito in tavola.
Quarant’otto ore passarono in un lampo e il giorno delle sue nozze si preannunciò con un cielo terso e privo di nuvole, quasi a voler deridere il suo stato d’animo. Lizzie non aveva chiuso occhio quella notte, e nemmeno la precedente, in verità.
Il motivo?
Michael.
Avevano litigato furiosamente la sera di due giorni prima. Non che fosse una novità, ma stavolta si era comportato in maniera veramente inqualificabile. Avrebbe dovuto odiarlo con tutte le proprie forze, invece quella che sentiva dentro era solo un’infinita tristezza.
«Non affronteremo più questo argomento, chiaro?» le aveva gridato contro il fratellastro quando aveva tentato nuovamente di convincerlo a far partecipare al matrimonio anche Rose e Carl. «Non voglio che mettano piede in questa casa. Né ora né mai. Mio padre e mio nonno si rivolterebbero nella tomba. Inoltre per la Famiglia mia madre è morta e sepolta, da quando se n’è andata. E così deve continuare a essere.»
«Me ne frego di quei quattro assassini che chiami famiglia, io pretendo di avere la mia lì con me, in quello che dovrebbe essere il giorno più importante della mia vita. Voglio che sia mio padre ad accompagnarmi all’altare, non Brian, e tu, almeno questo non puoi negarmelo!» aveva ribattuto, altrettanto furibonda.
«Tu non hai alcuna voce in capitolo, Lizzie, è già stato tutto pianificato… perciò smettila di fare i capricci e non rompermi i coglioni, ho ben altre faccende a cui pensare. Molto più importanti!» aveva sancito il fratellastro.
«Dunque è così… io non sono abbastanza importante, per te!» Non era stata una domanda la sua, e mentre aveva pronunciato quelle parole, aveva sentito qualcosa spezzarsi, dentro.
Michael non si era affrettato a negare, anzi le aveva rivolto un’occhiata impaziente, come se considerasse tutta quella storia una colossale perdita di tempo.
«È questa la vita che mi aspetterà quando mi metterai quella fede al dito?» aveva continuato lei, amareggiata. «Dovrò restarmene chiusa tra queste quattro mura, ad ammuffire, e dovrò obbedirti ciecamente, senza ribellarmi o esprimere un mio parere, come un dannato automa? È questo ciò che vuoi? Un oggetto da prendere e spostare a tuo piacimento?»
«Sì, Lizzie, è proprio questo che mi aspetto da te…» aveva ammesso il boss dei Cannizzaro senza nessun riguardo per i suoi sentimenti. «Mi ubbidirai senza fare storie e lascerai che sia io a prendere tutte le decisioni. Perché so quello che è meglio per te. Per noi. Non sono così irragionevole, tuttavia, e quando ci saremo sposati potrai uscire e potrai rivedere i tuoi genitori, se lo desideri. Ovviamente scortata dai miei uomini.»
«Ovviamente!» aveva replicato, sarcastica. Gli occhi le si erano annebbiati per le lacrime e un groppo le aveva ostruito la gola, ma sarebbe morta piuttosto che mostrare al fratellastro quanto l’avesse ferita. Da quando avevano fatto l’amore, aveva pensato che forse c’era una possibilità per loro, che forse quel matrimonio avrebbe potuto funzionare, dopotutto, perché lei lo amava, era inutile negarlo. Aveva pensato che i suoi sentimenti fossero ricambiati solo perché Michael l’aveva scopata tutte le notti, in quell’ultima settimana, anche più volte di seguito, come se non potesse mai saziarsi del suo corpo.
Povera stupida! Aveva scambiato il desiderio sessuale per amore.
La mattina dopo, a colazione, l’aveva affrontato di nuovo, rifiutando di arrendersi, ma Michael, dopo aver ribadito il suo NO, se n’era andato dalla villa con la scusa che portava sfortuna vedere la sposa il giorno prima delle nozze, così la notte era rimasto a dormire al Divinae Club. Sempre che quella fosse la verità e invece non fosse andato a trovare Charity per festeggiare il suo addio al celibato. Di sicuro quella donna sarebbe stata più che felice di soddisfare ogni sua voglia. Non ne aveva fatto mistero.
Lizzie sospirò e si alzò dal letto, dirigendosi a piedi nudi verso la finestra che dava sul parco, sollevando la pesante tenda di broccato blu. Michael aveva già fatto sistemare il giardino in occasione della loro festa di fidanzamento, ma adesso lo spazio verde era stato arricchito per il matrimonio.
Decine di persone erano già all’opera: alcuni si stavano occupando di allestire i numerosi tavoli posizionati all’interno di enormi padiglioni bianchi che avrebbero ospitato i duecento invitati per il pranzo nuziale; altri stavano approntando diverse file di sedie, sempre bianche, sulle due ali del pergolato, abbellito con rose bianche e fiori d’arancio e che conduceva al maestoso gazebo rialzato sul quale era stato sistemato il piccolo altare dove si sarebbe svolta la cerimonia; altri stavano posizionando le magnifiche composizioni floreali che avrebbero fatto da cornice all’evento. Tutti stavano lavorando affinché fosse tutto perfetto, quel giorno.
E lo sarebbe stato, se lei fosse stata felice.
Ma non lo era.
Lizzie abbassò la tenda e tornò a sedersi sul letto. La sveglia sul comodino segnava le sei del mattino: tra un po’ sarebbe arrivata Megan per aiutarla a prepararsi e per assisterla con il vestito.
Alzò lo sguardo verso l’armadio: il suo abito era appeso lì, sulla gruccia, affinché non si sciupasse. Un tripudio di seta e pizzo. Si era occupato Michael di sceglierlo, come aveva scelto tutto il resto. Lei si sarebbe dovuta preoccupare solo di indossarlo. Quando invece avrebbe voluto ridurlo in tanti minuscoli pezzettini.
Quella notte, comunque, era giunta a una decisione. Non poteva sottrarsi a quel matrimonio, non senza letali conseguenze per la sua famiglia, ma la propria partecipazione sarebbe finita lì, dopo il Sì. Il fratellastro voleva solo un bell’oggetto da sfoggiare con la sua preziosa Famiglia? Bene, un oggetto avrebbe avuto.
«Sei bellissima!» esclamò Megan, ammirando la sua opera dallo specchio. Era visibilmente commossa e i suoi stupendi occhi blu erano velati dalle lacrime.
Lizzie si osservò con aria critica nella lastra di cristallo. L’abito nuziale, di un caldo color crema, le scendeva addosso alla perfezione e accentuava ogni sua curva. Senza maniche, aveva il bustino attillato, di pizzo, che le modellava alla perfezione la vita da vespa e si apriva poi a corolla sui fianchi, scendendo giù fino ai piedi, a lasciar intravedere la punta delle scarpe abbinate. Megan le aveva arricciato i capelli con il ferro, li aveva tirati su e, con l’ausilio di diverse forcine che le premevano come pugnali sul cuoio capelluto - un male necessario, a dire dell’amica! -, li aveva raccolti in cima alla testa formando una cascata di riccioli scuri. Qualche bocciolo di rosa qua e là, per arricchire l’acconciatura, un trucco sobrio, ma azzeccato, che le metteva in risalto i lineamenti perfettamente simmetrici del viso e gli occhi violetti frangiati da lunghe ciglia nere e il risultato ce l’aveva davanti agli occhi.
Era bellissima, sì.
Una bellissima bambola vuota.
Ma non era il caso di dirlo ad alta voce.
«Anche tu sei uno schianto!» asserì invece, ed era vero. L’amica indossava un vestito verde smeraldo che le fasciava la figura sinuosa come una seconda pelle. Era corto sul ginocchio e la scollatura a barca metteva in mostra il suo prorompente decolleté. Aveva sollevato i lunghi capelli biondi in un elegante chignon e il suo viso era sapientemente truccato, come se fosse passata sotto le mani di una professionista. Completavano la mise delle scarpe tacco dodici, in tinta con l’abito, e accessori dorati. «A Brian cadrà la lingua quando ti vedrà» ridacchiò, strizzandole l’occhio.
«Non sarebbe poi male…» replicò Megan con una smorfia. «Almeno la smetterebbe di fracassarmi i co… be’, hai capito!»
Lizzie girò su se stessa e afferrò una mano della ragazza tra le sue. «Lui ti tratta male? Ha fatto qualcosa di spiacevole? Ti ha…»
Megan le restituì la stretta e scosse il capo. «No, a parte rompermi le palle in continuazione, va tutto bene. Non ha mai cercato di toccarmi… per il resto credo sia un difetto di natura, il suo, quindi non ci si può far nulla. Tu, piuttosto… sei sicura di quello che stai facendo?»
«No, non sono affatto sicura…» dichiarò lei con una scrollata di spalle, «ma non ho altra scelta.»
Megan forse voleva aggiungere qualcosa, ma in quel momento bussarono alla porta e Brian, dopo aver ricevuto il permesso di entrare, fece il suo ingresso. Sarebbe stato il testimone dello sposo e anche lui era elegantissimo nel suo abito da cerimonia grigio chiaro corredato da una camicia bianca di seta, gemelli d’oro ai polsi e una cravatta rossa annodata attorno al collo.
«Dobbiamo andare!» la informò, ma i suoi occhi anziché soffermarsi sulla sposa, si appuntarono sulla sua damigella d’onore e la squadrarono da capo a piedi, incupendosi. «Quel vestito è troppo scollato» sibilò al suo indirizzo. «Prendi uno scialle e copriti!» ordinò.
Gli occhi blu di Megan scintillarono pericolosamente. «Ma certo, e già che ci sono potrei mettermi anche un niqab sulla faccia, che dici?» blaterò, sarcastica.
«Mi sembra un’idea perfetta!» commentò Brian nello stesso tono. «Te ne sei già procurata uno o ci penso io?»
«In un’altra vita, magari!» asserì la ragazza mostrandogli il medio. Raccolse la borsetta verde e oro che aveva posato sul letto a baldacchino, quando era venuta in camera per aiutarla a prepararsi, e si diresse verso l’uscio ancheggiando vistosamente. «Ci vediamo giù!» le disse senza degnare Brian di uno sguardo, e dopo aver aggirato l’uomo - che dalla sua faccia scura intuì avrebbe voluto metterle le mani attorno al collo per strozzarla -, si eclissò.
Qualche istante più tardi, dopo essersi calata il velo di tulle bordato di pizzo sul viso, Lizzie prese il suo bouquet di rose bianche e afferrò il braccio proteso del suo accompagnatore, avviandosi insieme a lui verso il proprio destino.
Quando scesero di sotto, la casa era completamente deserta: dovevano essere tutti fuori ad attenderli.
Ad attendere lei.
Le scarpe di Lizzie ticchettavano sul pavimento di marmo, di pari passo con i rintocchi impazziti del suo cuore. Brian la guidò verso le portefinestre spalancate del salone, che davano sul giardino. Le varcarono e si ritrovarono in una specie di corridoio formato da un pergolato di fiori e nastri intrecciati sopra le loro teste. Non appena spuntarono dalla curva, dei violini intonarono la marcia nuziale, le tende bianche di velo vennero sollevate, come per magia, e lei si ritrovò centinaia di occhi addosso.
Le gambe le si trasformarono in gelatina alla vista di Michael, bellissimo nel suo abito nero con panciotto, camicia di seta chiara e cravatta grigio perla, che l’attendeva nei pressi dell’altare. Sul suo viso era dipinta un’espressione trionfante, mentre la osservava percorrere lo spazio che li separava e lei, in quel momento, fu grata del supporto costituito dal braccio di Brian, perché era sicura che altrimenti sarebbe caduta.
O peggio: svenuta.
Non appena raggiunse Michael, il prete diede inizio alla cerimonia, con Brian e Megan posizionati rispettivamente alcuni passi dietro di loro, in qualità di testimoni. Per tutta la funzione, Lizzie si limitò a rispondere meccanicamente quando necessario, il cervello completamente in tilt, e anche quando giunse il momento di declamare le frasi di rito - con le quali si impegnava ad amare, onorare ed essere fedele a suo marito fino al suo ultimo respiro -, le snocciolò rapidamente, senza mostrare la minima emozione.
Michael fece lo stesso, poi le infilò all’anulare una veretta di platino e diamanti e il prete li dichiarò marito e moglie, unendoli per l’eternità.
«Ora può baciare la sposa!» concluse con un sorriso indulgente.
Lizzie, che fino a quel momento aveva ostinatamente evitato di guardare il fratellastro, fu costretta a girare la testa e a sollevare gli occhi su di lui. Quelli ambrati di suo marito sfavillavano di soddisfazione: aveva ottenuto il suo scopo, era sua adesso.
Le alzò il velo e glielo abbassò dietro la testa, quindi la afferrò per la vita, pronto a reclamare ciò che gli apparteneva. Lei si aspettava un bacio a stampo, dopotutto erano davanti a centinaia di persone, invece Michael le catturò le labbra in un bacio rovente, infilandole la lingua in bocca ed esplorandola a dovere.
Quell’atto fu seguito da uno scrosciante applauso e da una salva di fischi. Qualche buontempone si lasciò sfuggire anche un: «Bravo, ragazzo, così si fa!»
Quando il marito la lasciò finalmente andare, Lizzie aveva le guance in fiamme e il fiato corto, ma non ebbe il tempo di darsi un tono che si ritrovò circondata da un capannello di gente ansiosa di congratularsi. Perse il conto delle mani che strinse, degli abbracci nei quali fu avviluppata e delle facce che si susseguirono davanti ai suoi occhi - che le apparvero tutte uguali! -, e per tutto il tempo dovette sorridere e far finta di essere una sposina felice.
Sarebbe riuscita ad arrivare in fondo a quella giornata?
Ne dubitava.
E invece ci riuscì.
Anche con l’aiuto di Megan, che le manifestò il proprio sostegno, anche se a distanza. La festa, comunque, si era rivelata un successo: tutti gli invitati si erano divertiti e avevano mangiato a sazietà - aragoste, prosciutti, formaggi, consommé, primi piatti e secondi cucinati da uno dei più grandi chef di Chicago, ovviamente annaffiati da fiumi di champagne Goût de Diamants, uno dei più costosi in assoluto -.
Michael non aveva lesinato su nulla.
Ora mancava solo l’ultimo ballo, poi gli sposi avrebbero abbandonato la festa per ritirarsi nella loro stanza, mentre gli ospiti avrebbero continuato a gozzovigliare fino a tarda notte. O almeno fino all’esposizione del lenzuolo, come voleva la tradizione. Il lenzuolo macchiato del suo sangue di vergine, la prova che era entrata pura nel letto del marito.
Michael le aveva spiegato che sarebbe stato lui stesso ad appenderlo al balcone della camera nuziale, dopo aver consumato il matrimonio, e che solo allora la festa avrebbe potuto dirsi conclusa e gli ospiti sarebbero ritornati alle rispettive abitazioni. Ovviamente, poiché il fratellastro si era già preso in anticipo la sua verginità, sul telo ci sarebbe finita qualche goccia del suo sangue. Per Lizzie quella era un’usanza da trogloditi, e non aveva mancato di farlo notare, ma il boss dei Cannizzaro teneva alle tradizioni della Famiglia, perciò l’avrebbe rispettata. Punto e basta.
«Per quanto ancora hai intenzione di tenermi il broncio?» La voce di Michael le risuonò all’orecchio, morbida come il velluto. Stavano ballando per l’ultima volta sulla pista, insieme a tante altre coppie, i corpi incollati e le mani dell’uomo che le stringevano possessivamente i fianchi.
Lizzie si irrigidì, ma mantenne il sorriso, a beneficio della gente che li circondava. Esattamente come aveva fatto per tutta quella terribile giornata. «I bambini tengono il broncio, e io non lo sono!» gli rispose, secca.
«Invece ti stai comportando proprio come se lo fossi…» la rimbeccò il marito, a bassa voce. «Non mi hai guardato una sola volta negli occhi, oggi, a meno che non vi fossi costretta.»
«Sto solo facendo quello che mi hai chiesto» sostenne lei alzando finalmente il volto. «Non volevi una moglie sottomessa e che non ti contraddicesse mai?»
«Non intendevo questo, e tu lo sai!» sibilò Michael a denti stretti.
«Ah, già…» Lizzie imbastì quello che agli occhi degli altri dovette sembrare un sorriso radioso, seppure dentro si sentisse ribollire di rabbia. «Cos’è che volevi? Un oggetto, giusto?»
Gli occhi ambrati di Michael presero ad ardere di una luce inquietante. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma prima che ci riuscisse, una mano maschile gli batté sulla spalla, imperiosa.
«Posso avere l’onore di ballare con la sposa, prima che tu la rapisca?» disse il Moro.
Lizzie sperò che il marito rifiutasse, quell’uomo non le piaceva per nulla - come era avvenuto durante la festa di fidanzamento, anche quel giorno aveva avvertito i suoi occhi famelici su di sé, e ne aveva provato ribrezzo -, ma già sapeva che la sua era una vana speranza. Michael non glielo avrebbe negato, sarebbe stato scortese da parte sua.
«Ma certo!» assentì infatti, facendosi da parte e allontanandosi verso il bordo della pista, ma i suoi occhi da falco non li abbandonarono nemmeno per un istante.
«Il nostro Michael è molto possessivo, vero?» proferì il Moro mentre la stringeva alla vita con piglio deciso.
Lizzie tentò di mettere un po’ più di distanza tra lei e l’uomo, ma senza riuscirci. «Abbastanza!» rispose, nella speranza che la musica finisse presto e , per sottrarsi al disagio di incrociare lo sguardo del suo cavaliere, lasciò vagare lo sguardo attorno a sé. Nel farlo scorse Brian e Megan. La ragazza aveva appena terminato di ballare con uno degli invitati - un uomo alto e avvenente sul quale sembrava aver fatto colpo -, e il braccio destro di Michael, non appena l’aveva avuta a tiro, l’aveva afferrata per un braccio e la stava trascinando chissà dove. Anche da quella distanza e di spalle appariva furibondo.
Chissà che altro ha combinato quella pazza!, si domandò tra sé.
Ma di certo adesso non aveva il tempo di scoprirlo.
«In fondo lo capisco…» stava intanto dicendo Vincent, «fossi in lui mi comporterei allo stesso modo. Sei una donna bellissima e molti uomini ucciderebbero per averti. Compreso me!»
Lizzie sgranò gli occhi e d’istinto guardò l’uomo, ma non riuscì a spiccicare verbo, ipnotizzata dal feroce sfavillio di quelle pozze scure che aveva al posto degli occhi. Era troppo sconvolta: il Moro era abbastanza vecchio da poter essere suo padre, anzi addirittura suo nonno, e al pensiero di quelle mani avide sulla sua pelle le venne da vomitare.
Per fortuna proprio in quel momento la musica cessò e Michael tornò a riprendersela. Infine, dopo aver ringraziato gli ospiti per essere intervenuti, annunciò che si ritiravano per la notte.
La loro uscita di scena fu salutata da appalusi e da incitazioni oscene, soprattutto da parte degli uomini, quasi tutti mezzo ubriachi, visto che ci avevano dato dentro con lo champagne.
Pochi minuti più tardi Michael e Lizzie erano soli nella stanza padronale.
«Che ti ha detto il Moro, prima?» le chiese il marito non appena si fu richiuso l’uscio alle spalle.
«Niente!» mentì. Non voleva che lui si precipitasse di sotto ad ammazzarlo, perché era sicura che era proprio quello che avrebbe fatto, se gli avesse detto la verità.
Magari era ubriaco, come gli altri!, si disse. Ed era risaputo che l’alcool era in grado di fottere il cervello di qualsiasi uomo, facendogli dire delle cose che non pensava davvero. «A parte che sei un uomo fortunato per avermi sposata» aggiunse.
Michael si rilassò: se l’era bevuta.
«Su questo ha pienamente ragione. Sono molto fortunato, perché ho sposato una donna bella come una dea… e ora intendo godermela tutta!» mormorò posandole un bacio nell’incavo del collo e cominciando a spogliarla lentamente. Le aprì uno a uno i minuscoli bottoncini che dal collo raggiungevano la base della schiena, quindi l’aiutò a liberarsi dell’ingombrante vestito, facendoglielo passare sopra la testa e posandolo su una poltroncina di velluto. La stessa fine fecero le sottogonne di tulle e il body di pizzo bianco.
Quando rimase nuda davanti al marito, lui si prese del tempo per contemplarla, come se quella fosse la prima volta che posasse gli occhi sul suo corpo, e dovunque quelle iridi ambrate indugiarono, a lei sembrò di andare a fuoco, nonostante tutti i suoi buoni propositi di non lasciarsi soggiogare dal piacere che solo quelle mani erano in grado di suscitarle con un semplice tocco.
«Mi sei mancata in questi due giorni» le confidò Michael. «Stamattina ho dovuto farmi una sega per alzarmi dal letto. Ho sognato che ti stavo scopando la bocca e ce l’avevo duro come la pietra.»
Quelle parole fino a qualche giorno prima l’avrebbero fatta arrapare da morire, invece in quel momento le ricordarono solo la violenta discussione che avevano avuto quarantotto ore prima, con tutto ciò che ne era conseguito.
«Bene, cosa vuoi che faccia allora? Che mi metta in ginocchio e ti faccia un pompino?» propose, atona. Si abbassò, pronta a mettere in atto quelle parole, ma Michael la prese per le braccia, affondandole le unghie nella carne, e la tirò su, le narici frementi d’ira.
«Che cazzo significa tutto questo? Vuoi farmi arrabbiare? Perché ci stai riuscendo alla grande.»
Lizzie si strinse nelle spalle. «Sto solo cercando di compiacerti. Non è questo che fa una brava moglie mafiosa?»
«Smettila, ragazzina, ti avviso…» sibilò il fratellastro.
Ma Lizzie aveva appena cominciato e tutta la furia e il dolore che aveva dovuto ingoiare fino a quel momento, esplosero. «Cos’è che dovrei smettere di fare esattamente, marito? Mi hai ripetuto fino alla nausea che devo obbedirti e sottomettermi a te, che non ho il diritto di fare e dire nulla senza il tuo permesso, che devi essere il solo a prendere le decisioni tra noi due, che vuoi un oggetto, non una moglie. Be’, hai vinto: sarò il tuo oggetto, puoi fare di me ciò che vuoi. Non mi ribellerò, non ti creerò problemi e non ti negherò il mio corpo, visto che te ne sei comprato il diritto, ma non potrai impormi di provare nulla, nei tuoi confronti, se non la più totale indifferenza.»
Quelle parole vennero accolte da un silenzio glaciale, infine le labbra di Michael si serrarono in una linea dura e sui suoi occhi ambrati cadde una patina di ghiaccio. Raggiunse lo scrittoio, con poche rapide falcate, ed estrasse dal cofanetto un pugnale dalla lama sottile e acuminata.
Lizzie fece un passo indietro, spaventata.
Voleva ucciderla?
Il marito le rivolse un’occhiata disgustata e le passò davanti, dirigendosi verso il letto. Scostò la coperta e le lenzuola e, dopo essersi procurato un piccolo taglio su un dito, fece colare alcune gocce sul telo immacolato, dopo di che gettò via l’arma e si spogliò, fino a rimanere a torso nudo e in boxer.
Solo allora strappò via dal letto il lenzuolo insanguinato, andò verso il balcone e tirò via le tende, spalancando le ante di legno. La sua comparsa fu accolta da grida festose, quindi, dopo aver mostrato la prova della verginità di sua moglie, appese il lenzuolo alla ringhiera, dove sarebbe rimasto fino all’indomani.
La pantomima era completa.
La maledetta Famiglia aveva ottenuto quello che voleva.
E io cosa ho ottenuto?, si domandò Lizzie tra sé, acida.
Si pose quella domanda molte volte, nel corso della notte, la notte più brutta di tutta la sua vita, mentre giaceva insonne accanto al marito.
Michael, una volta rientrato, non aveva tentato più di avvicinarsi. Si era coricato dalla sua parte del letto sfatto e le aveva voltato la schiena. Erano rimasti così, in silenzio, per quelle che erano parse ore, poi lui si era voltato e aveva preteso la sua attenzione per l’ultima volta.
«Non ti toccherò più, per stanotte, puoi stare tranquilla» le aveva assicurato. «E forse nemmeno per le prossime. Magari mi troverò una donna compiacente da scopare. Qualcuna che sappia soddisfarmi a dovere. Ma bada, Lizzie, tu non avrai lo stesso privilegio… se mai dovessi trovarti a letto con un altro uomo, non sarai tu a morire. Ammazzerò il povero bastardo e dopo sarà la volta dei tuoi genitori, così che tu possa pentirtene in eterno. Mi hai capito bene?»
Lei aveva assentito.
Michael era tornato a voltarsi e poco dopo era sprofondato nel sonno. Lei, invece, era rimasta a fissare il soffitto, gli occhi pieni di lacrime e il cuore spezzato.


